Perdersi a Tokyo è una condizione che non riguarda soltanto la posizione di un corpo all’interno della vertiginosa topografia della città. Si tratta di perdizione fisica e morale.
Ben 13 milioni di abitanti, 37 se si considera l’intera area metropolitana, vivono nella “capitale dell’est”, da tō (東 – est) e kyō (京 – capitale). Prima del 1868, quando l’imperatore Meiji trasferì qui la capitale da Kyoto, Tokyo era conosciuta con il nome di Edo, che da piccolo villaggio di pescatori si era trasformato in un importante centro politico e commerciale del paese. All’era moderna la capitale sembra aver perso quell’anima “peschereccia” che un tempo la contraddistingueva; forse, ciò è in parte anche dovuto al fatto che Tokyo, in passato, ha dovuto fare i conti con numerosi incendi, terremoti e perfino i bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale che ne hanno sistematicamente distrutto gli edifici. Queste circostanze hanno tuttavia permesso alla città di ricostruirsi e svilupparsi in modo sempre più moderno, favorendo una crescita economica e demografica costante.
Sarebbe impossibile oggi per un abitante dell’allora Edo riuscire a navigare questa città, che io attraverso spinta dalle correnti sottomarine della più ramificata metropolitana del mondo. Con tutte le sue linee e stazioni è quasi un’impresa raggiungere la propria meta senza perdersi e la vastissima popolazione che la abita si dirige in ogni direzione, spesso urtandoti e facendoti perdere la traiettoria.
Per chi si addentra per la prima volta a Tokyo, è difficile orientarsi per l’assenza di una struttura decifrabile o di un centro storico vero e proprio; la città non ha un unico punto di riferimento ma si presenta come un arcipelago di “isole”. Tra area metropolitana, circoscrizioni e quartieri non è semplice farsi un’idea chiara della mappa della città e prima ancora di navigarla ci si sente persi; l’unica cosa che resta da fare è semplicemente immettersi nel flusso e remare.
La metropolitana salpa e si ha solo l’imbarazzo della scelta sulla destinazione: Shinjuku, Shibuya, Chuo, Chiyoda e Minato, solo per citarne alcune. Non solo per la loro estensione, esse appaiono come realtà territoriali a sé stanti soprattutto per la loro identità e funzione. Ognuna di queste “città” ha una propria anima e in esse si può percepire un’atmosfera diversa, caratterizzata dai negozi e dalle attività che si possono svolgere.
Shibuya è uno dei quartieri più emblematici, vivaci e giovani di Tokyo, centro vero e proprio della cultura pop, dove cittadini e turisti possono dare sfogo allo shopping nei suoi grattacieli, come il simbolico gran magazzino Shibuya 109 che ospita circa 120 negozi distribuiti su 10 piani.
Per gli appassionati di anime, manga e videogiochi, invece, solo il quartiere di Akihabara a Chiyoda riuscirà ad appagare la loro fame per queste forme di svago. Non solo intrattenimento, Tokyo potrà offrire pane per i denti anche per chi è più interessato a libri, tecnologia, collezionistica, moda e tanto altro.
E poi c’è Shinjuku. Shinjuku ha una doppia personalità, quella del giorno e quella della notte. Di giorno si presenta come una delle aree commerciali e amministrative più importanti del paese; di notte si trasforma nel quartiere della vita notturna per eccellenza.
Arrivi con la metro a Shinjuku e pensi di aver raggiunto la tua destinazione; ma affrontare l’alta marea che caratterizza questo quartiere non è così semplice. Prima di tutto devi percorrere un vero e proprio labirinto, anche chiamato stazione di Shinjuku: 200 uscite, milioni di passeggeri ogni giorno. É questa la stazione più trafficata del mondo.
La mattina migliaia di lavoratori giungono in questa stazione e da qui si dirigono in tutte le direzioni di uscita per raggiungere i posti di lavoro, spesso negli altissimi grattacieli che popolano la città. É proprio da qui che inizia la tipica e stressante giornata di lavoro dei salaryman. E come scoprirai la sera, è anche qui che si conclude la loro giornata.
Ti fai spazio tra i corpi che ti urtano e in qualche modo cerchi di uscire fuori dal dungeon. Trovata una via di uscita ecco quello che l’orizzonte ti offre: grattacieli, scritte, strade trafficate da macchine e persone, locali, caffè a tema, negozi di ogni tipo.
Ma proprio come un salaryman che dopo la rigidità del suo quotidiano e la schematicità che lo accompagna, subisce una mutazione, spento il computer e varcata la soglia dell’ufficio, anche la città si trasforma una volta calata la notte. E queste due entità mutevoli si ritrovano per lasciarsi andare alla perdizione.
E così comincia anche la tua.
Sei di nuovo sott’acqua, nella metropolitana, e tenti di emergere. Una volta riemerso gli occhi ti si spalancano. Ti sembra quasi di essere naufragato su un’altra delle isole di Tokyo e ti chiedi se per caso hai sbagliato linea. Eppure, è tutto giusto. Sei ancora a Shinjuku. Ma questa volta la vista è molto diversa. Subito vieni accecato dagli schermi, dalle luci e dai neon di mille colori sgargianti che ti attraggono come un insetto che impotente non può far altro che precipitarsi verso questi stimoli. Inizi a vagare qua e là senza meta.
Ti ritrovi in una sala giochi, di quelle a più piani, dotata di decine e decine di gashapon e UFO catcher. Non sei solito abbandonarti a questi giochi e spenderci nemmeno un centesimo, eppure inizi a giocarci. 100 yen, poi altri 100 yen, e ancora altri 100 yen. Pensi che se vincessi anche solo un piccolo gadget saresti soddisfatto; invece, è soltanto un motivo in più per continuare.
Ti trascini fuori forzatamente e inizi a camminare per Kabukicho, il celebre quartiere a luci rosse dove la Yakuza gestisce i pachinko (sale slot giapponesi), i love hotel, i locali notturni e i locali di intrattenimento per adulti. Potresti pensare sia una zona poco raccomandabile e invece tutti, giapponesi e turisti compresi, camminano liberamente per le sue strade. Qui troverai anche i tipici karaoke, le discoteche, i ristoranti, gli izakaya, tipico locale giapponese dove poter mangiare e bere. Ad un certo punto ti ritroverai a Golden Gai, un agglomerato di vicoli molto stretti dove si trovano circa 300 piccoli locali e bar dai 3 ai 10 posti a sedere, con atmosfere e temi diversissimi tra loro. Alcuni sono riservati ai giapponesi o ai clienti abituali, altri aperti a tutti. Quello che però li accomuna è la relazione che si instaura con il proprietario e con gli altri clienti finiti in questo abisso marino. Le ridotte dimensioni del locale permettono di scambiare due parole con chi come te si è perso nelle vie marine e con chi sta preparando con cura ciò che ti vuole servire. Infatti, in molti di questi locali non si ordina direttamente, ma è il barista ad offrirti degli antipastini e stuzzichini, gli otoshi, e a proporti cosa bere in base all’atmosfera, regalandoti un’esperienza intima e unica. Si instaura così un rapporto particolare tra l’avventuriero e il marinaio.
Passano delle ore e decidi di uscire dal bar, pensando che ormai le acque si siano calmate. Invece le luci sono ancora accese, i locali ancora aperti e le persone ancora sveglie.
E proprio navigando questi canali ripensi ai diligenti salaryman incrociati proprio la mattina stessa. Adesso li vedi nella notte, vestiti ancora da lavoro con giacca e camicia dal colletto bianco, vaganti e barcollanti come anime senza meta. O forse un obiettivo ce l’hanno: perdersi. Perdersi nell’alcool, nel vizio, in un qualcosa che possa allontanarli almeno per un momento, dalla quotidianità della loro esistenza.
Se di giorno devono seguire uno schema fisso, fatto di lunghi orari di lavoro, di gerarchie, di oppressione dei propri sentimenti, la notte diventa tutto possibile.
Lo svago si sostituisce alla serietà e al senso di dovere.
L’alcol diventa la chiave per evadere dalla quotidianità, dalla compostezza, dalle regole sociali.
Ma come ogni illusione, anche questa svanisce e ben presto le prime luci del mattino richiamano tutta la popolazione marina a rintanarsi e ricomporsi per adempiere ai doveri del giorno sorgente. L’ordine si ristabilisce.
