Perdersi a Dublino
di Daniele Brollo

Vivere a Dublino significa convivere con la routine. Un sistema organizzato attorno a movimenti ripetuti che governano la città e i suoi abitanti come un antico meccanismo. Nelle prime ore del mattino i ponti sul Liffey si riempiono di passi regolari, gli autobus sostano alle pensiline, i commercianti sollevano le saracinesche avvolti dal clangore metallico. Tutto pare avvenire secondo un ordine che non ammette deviazioni.

Io, però, non ho mai avuto simpatia per le cose che si ripetono. La routine mi ha sempre suggerito una forma di immobilità mascherata, un modo elegante per restare fermi mentre il tempo scorre. Forse è per questo che Dublino, al primo sguardo, mi apparve ostile. Non per il vento, che attraversa le strade come una lama sottile, né per il cielo basso dell’Atlantico che incombe su chi passeggia. Piuttosto per il colore dominante della città: un grigio diffuso, quasi disciplinato.

Il grigio dei marciapiedi bagnati, delle facciate in pietra, dei cappotti pesanti che sfilano davanti alle fermate degli autobus. Un grigio che si insinua perfino nei volti dei passanti, concentrati e silenziosi, come se ogni giornata l’avessero già vissuta.

Accanto a me c’era Stefano. Camminava senza fretta con l’aria interessata di chi non teme di perdersi. Mentre io osservavo la città con una certa diffidenza, lui si muoveva con naturalezza dentro quel ritmo ripetitivo. La serialità delle strade e la disciplina degli orari non lo disturbavano; al contrario, sembrava quasi cercare gli angoli più anonimi, le vie meno appariscenti, dove forse si nascondeva qualcosa.

Le nostre giornate iniziavano in una scuola di lingua del centro. Le lezioni erano scandite con studiata precisione: esercizi, conversazioni, pause brevi. All’inizio l’inglese usciva a fatica, trattenuto dalla paura di sbagliare. Poi, lentamente, le parole cominciarono a scorrere. Gli errori non venivano corretti con severità, ma accolti con una pazienza quasi domestica. Parlare diventava un gesto naturale, simile a chiedere un caffè o indicare una strada.

Anche la casa in cui alloggiavamo rispecchiava lo stesso ritmo regolare. Una piccola abitazione di periferia, appartenuta a una donna rimasta vedova. I figli abitavano lontano da Dublino e le fotografie sparse nel soggiorno raccontavano giornate ormai vissute altrove. La cucina era il centro della casa: un bollitore sempre pronto, la radio accesa sulle notizie del mattino, tazze disposte con una cura quasi rituale.

Tra quelle stanze la routine assumeva un altro significato. Non era immobilità, ma continuità. Preparare il tè alla stessa ora, commentare il clima, chiedere come fosse andata la giornata: gesti semplici che tenevano insieme il tempo domestico. In quella cucina imparai che la cordialità irlandese non è rumorosa. Si manifesta piuttosto in una disponibilità tranquilla, in una gentilezza che non cerca di imporsi.

Fuori, la città continuava a mostrarsi austera. Lungo O’Connell Street il traffico scorreva compatto, mentre le colonne del General Post Office ricordavano la Rivolta di Pasqua del 1916. La storia irlandese non è confinata nei musei: è una presenza nelle strade, nei monumenti, perfino nei racconti quotidiani.

Il grigio non si estendeva su tutto. Bastava deviare di qualche isolato per incontrare le porte georgiane dipinte con colori inattesi: verde smeraldo, rosso acceso, blu intenso. Nel quartiere di Temple Bar le insegne dei pub riflettevano una luce calda, mentre i musicisti occupavano gli angoli delle strade. La città aveva deciso di lasciare il colore ai dettagli, mantenendo per sé una superficie più sobria.

Un pomeriggio, dopo le lezioni, prendemmo un autobus diverso dal solito. Non per necessità, ma per sfuggire alla ripetizione di ogni cosa. Seguimmo le indicazioni sui telefoni, aggrappati a una linea che non avevamo mai preso. Dopo alcune fermate il percorso cominciò a deviare da quello previsto. I nomi delle strade cambiavano, il navigatore ricalcolava, e la città iniziava lentamente a sfuggirci.

Stefano osservava tutto con interesse: perdersi era la conclusione naturale di quella piccola deviazione. Io, invece, avvertii per un momento la sensazione di essermi allontanato troppo dalla trama ordinata della città.

Scendemmo alla fermata davanti al St. Stephen’s Green Park per chiedere indicazioni. Le risposte arrivarono con gentilezza disarmante: una signora ci mostrò la strada, un passante suggerì la linea da prendere, un conducente ci spiegò il tragitto con pazienza. Nel giro di pochi minuti eravamo di nuovo orientati.

In quel momento capii che Dublino non respinge chi corrompe la sua routine. Piuttosto lo riaccompagna gradualmente dentro di essa. La città non è un labirinto chiuso, ma un sistema di percorsi che si ricompongono con naturalezza.

Forse è questo il segreto della sua apparente monotonia. La routine non serve a impedire il movimento, ma a renderlo possibile. È una trama invisibile che permette alla città di restare stabile mentre tutto intorno continua a cambiare.

Col passare dei giorni iniziai a guardare quel grigio in una luce diversa. Non era più il colore dell’assenza, ma quello della superficie. Una tonalità neutra che permetteva ai dettagli di emergere: le porte colorate, le vetrine illuminate, la musica che usciva dai pub.Sotto quel grigio si muoveva una città piena di storie. Le università, i ponti sul Liffey, le biblioteche del Trinity College, dove riposa il celebre Book of Kells, patrimonio dell’arte celtica.

Quando lasciai Dublino, qualche giorno dopo, su quell’aereo che trafisse il cielo secolare di una città in cerca del suo vero colore, il grigio non era più lo stesso. Avevo imparato a distinguerne le sfumature, a riconoscere i colori che vi si appoggiavano sopra.La routine, che avevo sempre cercato di evitare, mi appariva ora come una struttura paziente, capace di sostenere la vita quotidiana senza soffocarla.